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Il pesce fa bene alle coronarie

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore
05/01/2004

La notizia. Quali evidenze ci sono riguardo al rapporto tra prevenzione delle malattie coronariche e consumo di oli di pesce? E attraverso quali meccanismi agiscono? Un articolo sul British Medical Journal passa in rassegna le ricerche sull’argomento.

Approfondimento. Nel Regno Unito la malattia coronarica è la principale causa di morte; questo rende prioritaria la ricerca sugli interventi che possono prevenire questa patologia, anche attraverso una dieta qualitativamente appropriata. Gli acidi grassi polinsaturi sono un tipo particolare di grassi, essenziali per il mantenimento di una buona salute. A differenza dei grassi saturi (come ad esempio il burro, alcuni grassi vegetali come l’olio di palma o di cocco, numerosi grassi di derivazione animale o alterati per effetto del calore), che tendono ad accumularsi nei tessuti, i grassi insaturi hanno una struttura chimica che ne permette un utilizzo ottimale. Gli omega 3 sono presenti in alcuni tipi di pesce, come il tonno, il salmone, la sardina e la trota.

La rassegna. La quantità ottimale di omega 3 per l’organismo umano non è attualmente ben definita e ancora non si conosce completamente il modo in cui questa sostanza agisce sull’organismo. È inoltre aperta la questione legata al rischio di contaminazione chimica di alcuni pesci, causata dall’inquinamento marino. Questa rassegna consiste in una revisione sistematica delle ricerche per definire lo stato delle nostre conoscenze su questo tema.

Il ruolo degli omega 3 è stato ipotizzato inizialmente dall’osservazione che gli Inuit della Groenlandia avevano una mortalità bassa per malattie coronariche, nonostante la dieta molto ricca di grassi; infatti essa è costituita principalmente da pesce e animali marini. Numerose ricerche epidemiologiche ed osservazionali hanno confermato sia la correlazione diretta del consumo di pesce con la bassa percentuale di malattie coronariche, sia quella fra la minore frequenza di tale patologia e la presenza di omega 3 nel sangue. Vi sono poi diversi studi sperimentali che hanno indagato l’efficacia dell’assunzione di acidi grassi insaturi dopo l’infarto miocardico, allo scopo di prevenire ricadute. Questi studi hanno mostrato l’utilità degli integratori di omega 3, specialmente in quelle popolazioni che abitualmente non consumano pesce.

Sebbene siano noti numerosi effetti potenzialmente utili degli omega 3 nel migliorare la funzione endoteliale e contrastare fenomeni come l’aritmia, la trombosi, l’aterosclerosi, ipertensione, i trigliceridi elevati e i processi infiammatori, non sono ancora stati identificati quali fra questi fattori siano determinanti per la prevenzione delle coronaropatie. Allo stesso modo, variano i suggerimenti sulla quantità ottimale di omega 3 da assumere. Ai pazienti che hanno avuto un infarto miocardico, si suggerisce in genere di assumere giornalmente un grammo di acido eicosapentanoico o docoesaexanoico, che può essere ottenuto ad esempio mangiando pesce almeno due volte a settimana.

Conclusioni. Molti operatori sanitari hanno raggiunto la convinzione che anche semplici accorgimenti dietetici possano essere efficaci nel prevenire problemi cardiaci. In particolare gli acidi grassi omega 3, derivati dagli oli di pesce, possono avere un effetto protettivo verso la coronaropatia. In ogni caso, esistono ancora troppe zone oscure relative ai meccanismi di azione, alle dosi consigliabili e alle scelte dietetiche, in particolare riguardo ai rischi dell’assunzione di inquinanti da una dieta molto ricca di pesce. “È necessario effettuare uno studio controllato a doppio cieco” affermano gli autori, “sull’assunzione di olio di pesce in capsule da parte dei pazienti con infarto miocardico, e altri studi sui pazienti a rischio di cardiopatia coronarica”; inoltre sarebbe opportuno mettere a confronto l’efficacia dell’assunzione di pesce oppure di oli di pesce in capsule.

Bibliografia.
Din JN, Newby DE, Flapan AD. Omega 3 fatty acids and cardiovascular disease – Fishing for a natural treatment. BMJ 2004;328:0-e.

(a.s.)


 

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