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Psichiatria e neurologia
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La "mente divisa"

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore
Ultimo aggiornamento: 26/02/2009 17.50.37

Che cos’è la schizofrenia?
Come si manifesta?
Quali sono le cause?
Si tratta di una malattia diffusa?
Quali sono le forme di trattamento?
Si può guarire dalla schizofrenia?
Che cos’è lo stigma?

Che cos’è la schizofrenia?

Con il termine “schizofrenia” (letteralmente “mente divisa” o “divisione nella mente”) ci si riferisce a un insieme di manifestazioni cliniche e comportamentali che testimoniano una grave compromissione dell’identità della persona, della struttura dei suoi pensieri e delle sue emozioni, del rapporto con la realtà, della capacità di adattamento e di tutti gli aspetti che qualificano la cosiddetta “salute mentale”, ossia lo star bene con se stessi e con l’ambiente che ci circonda.

In termini psichiatrici si tratta di una psicosi, anzi della psicosi per eccellenza, ossia di una malattia del cervello e della mente che pregiudica pesantemente il senso di sé, compresa la consapevolezza di malattia, e che altera in modo grave la percezione della realtà.

Come si manifesta?

In un’età compresa in media tra i 15 e i 25 anni (per i maschi) e tra i 25 e i 35 anni (per le femmine), in modo improvviso e acuto oppure in modo lento e progressivo, il linguaggio e il comportamento di una persona possono diventare “strani”, “incomprensibili”, “imprevedibili”. In linea generale, si assiste a un’incongruenza tra emozioni, parole, azioni e all’interno di ciascuno di questi si perde la coerenza. Da un punto di vista psichiatrico, i sintomi della malattia vengono oggi distinti in due gruppi, la cui prevalenza identifica due tipi diversi di schizofrenia e due modalità differenti di evoluzione, trattamento ed esito:

  • Al primo gruppo appartengono i cosiddetti “sintomi positivi”, ossia manifestazioni “produttive” della malattia che esprimono una evidente distorsione di capacità e funzioni della persona. Sono tipici sintomi positivi i deliri (ossia sistemi erronei di interpretazione di sé e della realtà, per esempio il delirio di essere perseguitati) e le allucinazioni (ossia percezioni erronee, visive e più spesso uditive, per esempio il “sentire le voci”). La marcata presenza di sintomi positivi in una persona, quale modalità prevalente di presentarsi della malattia, identifica la schizofrenia di tipo 1, solitamente ad esordio acuto, con buona risposta al trattamento farmacologico e con buone probabilità di remissione.
  • Un secondo gruppo di sintomi riguarda invece quelle manifestazioni che esprimono, piuttosto che la distorsione, la perdita o la marcata riduzione di funzioni e abilità. Si parla in questo caso di “sintomi negativi”, ossia sintomi in cui la persona “produce” ben poco, assimilabili con una metafora a un processo di desertificazione della sua vita cognitiva, affettiva, sociale. Sono tipici sintomi negativi il ritiro sociale (ossia la perdita delle relazioni sociali) o l’anedonia (ossia la perdita della capacità di provare piacere). La prevalenza di sintomi negativi identifica la schizofrenia di tipo 2, con una valutazione di solito più severa, un esordio lento e insidioso, una peggiore risposta al trattamento. Anche in questo caso, tuttavia, il processo non è necessariamente irreversibile: per usare una metafora, l’arrivo delle piogge (la giusta terapia e riabilitazione) può porre fine alla siccità o, almeno, recuperare la maggior parte delle capacità produttive (sane) del terreno.

Infine, i due tipi di schizofrenia possono alternarsi nell’evoluzione della malattia, pur caratterizzando per frequenza in un tipo o nell’altro la malattia della singola persona.

Quali sono le cause?

È opinione condivisa dalla maggior parte degli esperti che la schizofrenia sia dovuta a un insieme di cause che, interagendo tra loro, determinano la malattia (teoria multifattoriale). Non è però possibile, ad oggi, identificare con certezza tutte le cause né definire in modo univoco il peso relativo di ciascuna e della loro influenza reciproca. Non è, in altre parole, possibile dire quali sono le condizioni in presenza delle quali la malattia si manifesterà con certezza né, tantomeno, le condizioni che con altrettanta sicurezza mettono al riparo dalla malattia.

È invece possibile dire che alcuni fattori aumentano la probabilità di rischio di ammalarsi di schizofrenia (“vulnerabilità”). Tra questi, un ruolo importante hanno i fattori biologici (anomalie genetiche, eccesso di attività di alcuni neurotrasmettitori, particolari alterazioni strutturali del cervello), che predispongono per così dire il terreno su cui gli eventi stressanti dell’adolescenza, le fasi di passaggio della vita (matrimoni, lutti, cambiamenti di lavoro), l’assunzione di droghe, specie allucinogeni, e potenzialmente tutte le situazioni che mettono alla prova le nostre capacità di adattamento possono svolgere il ruolo di causa scatenante (ma non determinante).

Alcuni particolari stili di relazione (per lo più disfunzionali) all’interno della famiglia di appartenenza, o processi peculiari di sviluppo della personalità, hanno poi a loro volta un loro peso nel favorire lo sviluppo della malattia schizofrenica, come esemplificato nella celebre teoria del “doppio legame” di Gregory Bateson. In ogni caso i fattori biologici, psicologici e sociali alla base della schizofrenia tendono a influenzarsi reciprocamente e sono di solito presenti più tipi di cause all’origine del processo patologico.

Si tratta di una malattia diffusa?

La schizofrenia non è una malattia rara. I diversi studi effettuati sulla sua diffusione concordano nell’affermare che una percentuale poco al di sotto dell’1 per cento della popolazione generale presenta i sintomi della malattia. Questo significa che in Italia è possibile parlare di circa 500/600 mila persone affetta da questa patologia.

Molte meno sono però le diagnosi effettive, e quasi la metà di tutte le persone con schizofrenia non riceve alcun trattamento, nonostante la serietà del problema. Ciò è dovuto in massima parte al fatto che in pochi casi la persona chiede spontaneamente aiuto (e ciò a causa delle caratteristiche proprie della malattia) e che chi si rende conto della situazione (i familiari in primo luogo) tende a negare la malattia, per paura di discriminazioni, senso di impotenza o mancanza di informazioni. Va invece ricordato che una precoce identificazione della malattia e l’avvio tempestivo del trattamento costituiscono fattori importanti per l’evoluzione della malattia stessa in modo favorevole.

Quali sono le forme di trattamento?

Una forma di trattamento importante è quella farmacologica. Prima della scoperta degli psicofarmaci (avvenuta negli anni ’50), la terapia delle malattie mentali era per lo più affidata a metodi di contenzione e di shock, e la stessa malattia mentale, specie nelle sue forme più severe, stentava a essere identificata come tale e veniva vissuta grosso modo come una sorta di alienazione (da cui il termine “alienati”) dai caratteri propri di un essere umano.
Il progressivo affinarsi delle conoscenze sulla struttura e il funzionamento del cervello, hanno consentito di mettere a punto strumenti chimici in grado di far fronte ad anomalie di funzionamento e di organizzazione del cervello stesso.

In particolare, i primi psicofarmaci per la cura della schizofrenia (antipsicotici) avevano una spiccata azione di contenimento dell’attività di uno dei principali neurotrasmettitori, la dopamina, regolatore della reazione agli stimoli. Il principale bersaglio di questa prima generazione di antipsicotici erano i sintomi positivi, mentre scarsa o nulla era l’azione sui sintomi negativi. Questi farmaci, in uso ancora oggi specie nelle situazioni di crisi o, come si dice, “scompenso acuto”, avevano però quale grosso limite, oltre la scarsa efficacia sulla schizofrenia di tipo 2, quello di consistenti effetti indesiderati a carico soprattutto dei movimenti. La ricerca si è quindi concentrata per trovare soluzione a questi due problemi, dando origine agli antipsicotici di seconda generazione, a più ampio spettro d’azione chimica sui neurotrasmettitori, ma soprattutto efficaci anche sui sintomi negativi e con minori effetti collaterali.

La natura multifattoriale delle cause della malattia chiede però un trattamento altrettanto variegato nei suoi obiettivi. Oltre al trattamento farmacologico (fattori biologici), importante, specie nelle fasi meno critiche della malattia, è pertanto l’intervento psicoterapeutico (efficace soprattutto la terapia cognitivo - comportamentale) e riabilitativo (fattori psicologici e sociali): occorre garantire alla persona un supporto per il reintegro delle funzioni mentali compromesse e forme di recupero delle funzioni psicosociali (lavoro, vita affettiva, relazioni interpersonali), supporto e recupero in mancanza dei quali diventano più probabili la cronicizzazione e l’impoverimento progressivo della vita della persona.

Si può guarire dalla schizofrenia?

Secondo un recente rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa un terzo dei primi episodi schizofrenici guarisce senza lasciare tracce significative (si tratta per lo più di episodi bruschi, con grande produzione di sintomi positivi, ad esordio tardivo, più frequenti in persone di sesso femminile). Un altro terzo evolve, in presenza di forme adeguate di trattamento e riabilitazione, verso situazioni di buon adattamento sociale, lavorativo ed affettivo, in cui i sintomi e gli episodi acuti vanno incontro a una progressiva attenuazione, integrandosi nel complesso della vita della persona. Il restante terzo, infine, tende a evolvere verso una cronicizzazione della malattia e un progressivo impoverimento e deterioramento delle funzioni della persona. Anche in quest’ultimo caso, tuttavia, l’individuazione delle forme più adeguate di trattamento può attenuare la severità del decorso e assicurare la miglior vita possibile al paziente.
Da non trascurare, infine, il ruolo della compliance o aderenza al trattamento: tanto minori sono le interruzioni o i cambiamenti arbitrari al regime terapeutico tanto più sono rafforzate le probabilità di buon esito.

Che cos’è lo stigma?

Lo “stigma” è un marchio. È un’etichetta fatta di pregiudizi, mancanza di conoscenze, paure, che tende a imprigionare la persona con schizofrenia in un ghetto dipinto con parole quali: irreversibilità, incomprensibilità, stranezza, pericolosità, inaffidabilità, cronicità. È il contesto sociale il primo motore dello stigma: è il modo in cui i mezzi comunicazione di massa parlano della malattia mentale, ancora oggi troppo spesso in modo superficiale, inesatto, sensazionalistico o il modo in cui tra le persone comuni (“la gente”) si parla di malattia mentale, modo spesso derivato da quello massmediatico, per cui nessuno si sogna di parlare dei diabetici in modo offensivo o denigratorio, mentre con troppa facilità si tende ad emarginare lo scomodo “matto”. E qui troviamo un altro sentimento che alimenta lo stigma: la paura.

Paura del diverso fuori di sé quale possibile esempio di come anch’io posso essere. Ma anche paura del diverso dentro di sé: anche la famiglia può favorire lo stigma, negando la malattia o rinchiudendo la persona tra le quattro mura di casa. Provocando la mancanza di cure e alimentando la paura e l’attacco dell’esterno. Certo, a volte (o spesso) i servizi di salute mentale sono poco efficienti, a volte (o spesso) le famiglie sono lasciate un po’ a se stesse, a volte (o spesso) non si riceve il miglior trattamento possibile. Ma è la rottura del muro del silenzio, o della verità distorta, che favorisce l’allontanamento dello stigma, accanto alla giusta rivendicazione dei propri diritti di cittadini. Come diceva una campagna di qualche tempo fa “contro il pregiudizio, il coraggio delle cure”. E di un giusto ruolo della televisione.


A cura di Pietro Viola
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