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Influenza aviaria: facciamo il punto

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore
Ultimo aggiornamento: 20/02/2006 14.57.04

È pericoloso mangiare le carni bianche?

 

L’influenza aviaria è davvero pericolosa per l’uomo?

 

Al momento l’influenza aviaria è un’emergenza veterinaria e non un’emergenza pandemia. L’H5N1 è un virus che colpisce i polli e le zone in cui si è inizialmente diffuso sono quelle del sud est asiatico, dove la popolosità degli allevamenti e la loro natura artigianale ha favorito la diffusione tra il pollame di un virus che è uno dei diversi sottotipi dell'influenza A.

 

Di recente alcuni allevamenti in Turchia e Romania sono stati colpiti dal virus ed in Europa sono stati rivenuti cadaveri di uccelli contaminati dal virus H5N1; questo ha fatto immediatamente salire l’allarme e moltiplicare quella che è più una fobia che un pericolo immediato, almeno nei termini allarmistici di cui si abusa. L’influenza aviaria è una malattia dei polli; questo messaggio va ribadito con forza e chiaramente.

 

Proprio per questo motivo la prevenzione più sicura e più efficace è quella che già da anni operano i veterinari degli istituti di zooprofilassi sparsi sul territorio nazionale. Vi è una rete capillare che controlla gli allevamenti di polli e anche la fauna semidomestica (per esempio oche e anatre) che potrebbe essere portatrice del virus. Non è stato segnalato in Italia nessun caso di influenza aviaria tra i polli. 
 

Perché c’è tanto allarmismo?

 

Ormai non si parla d’altro; non solo i media ma anche le istituzioni non fanno altro che ripetere che l’attenzione nei confronti del problema è massima. Alcuni medici, tra cui Tom Jefferson del Cochrane Vaccines Field, sono critici di fronte a questo allarmismo imperante. “Ci sono già state epidemie di influenza aviaria in passato e sono state contenute dai veterinari. Questo gran baccano mi lascia molto perplesso, e puzza di montatura”, ha dichiarato Jefferson.

 

Gli infettivologi sono sicuri nell’affermare che in Italia non c’è motivo di essere preoccupati. Le carni dei polli sono sane perché i veterinari stanno facendo un ottimo lavoro. In ogni caso il virus ha contagiato l’uomo solo nel sud est asiatico (meno di cento i casi segnalati negli ultimi tre anni); i contagiati sono stati quasi tutti allevatori i quali, però, lavoravano in condizioni igenico sanitarie assolutamente lontane dagli standard che vengono rispettati dagli allevatori italiani.

 

Roberto Manfredi, della Sezione di Malattie Infettive dell'Azienda Ospedaliera di Bologna, Policlinico S. Orsola-Malpighi, ha dichiarato in un’intervista che “dal 1997 non si importano più né polli né uova da altri paesi. Se si dovesse verificare, come è successo in Turchia e in Romania, che si segnalino dei casi di polli infetti, in quel caso tutti gli animali saranno soppressi. Già queste misure ci devono rendere tranquilli. Se poi si dovessero verificare dei casi di uomini infettati dal virus H5N1, ma ricordiamo che ad oggi ci sono stati solo un centinaio di casi al mondo, le nostre strutture saprebbero far fronte all'emergenza”.

 

Come verrebbe gestita un’eventuale emergenza?

 

Esiste sul territorio italiano una rete di Unità di Crisi che furono istituite nel 2001 in occasione dell’allarme antrace per fronteggiare il bioterrorismo. Da allora le stesse unità sono state impiegate nel 2003 durante l’emergenza SARS; le stesse unità sono state o saranno riconfermate per rispondere all’emergenza per l’influenza aviaria. Le linee-guida a cui queste unità si attengono sono quelle promulgate nel 2001. Ogni Asl ha almeno una Unità di Crisi di cui fanno parte rappresentanti della Direzione Sanitaria, del Dipartimento di Igiene Pubblica, di Malattie Infettive e i medici della Sanità Aeroportuale, che sono coloro che controllano che soggetti affetti dal virus vengano trattati con le opportune precauzioni quando entrano nel nostro paese.

 

Nel caso dovesse presentarsi un’emergenza si dovrebbero seguire alcune regole, come limitare al massimo i viaggi degli abitanti delle aree infette e somministrare una terapia antivirale a tutte le persone che frequentano gli stessi ambienti (scuole, lavoro, quartiere) dei pazienti infettati dal virus. Per tenere un focolaio epidemico sotto controllo (dove per ‘sotto controllo’ si intende un numero di casi inferiore a 200) sono necessarie due condizioni: il virus deve essere identificato e isolato quando l’infezione ha colpito non più di 30 persone, e i farmaci antivirali devono essere somministrati in tempi brevi alle 20.000 persone più ‘vicine’ ai pazienti colpiti.

 

Per questo motivo l’Unione Europea ha suggerito a tutti i paesi di essere pronti con una scorta di antivirali. Ma anche sulla reale utilità di questi farmaci la chiarezza è mancata. Intanto in Italia l’oseltamivir, il farmaco tanto pubblicizzato, non è in commercio; è disponibile un farmaco che ha una modalità d’azione molto simile, lo zanamivir, non rimborsabile e quindi totalmente a carico del cittadino. Sarebbe importante che i cittadini sapessero quale o quali, se più di uno, sono gli antivirali che il Ministero della Salute ha dichiarato di aver acquistato con uno stanziamento straordinario.

 

Gli antivirali di cui tutti i paesi stanno facendo la scorta funzionano davvero?

 

Sull’efficacia dell’oseltamivir, l’antivirale ad oggi più gettonato, bisogna essere cauti. Come spiega Roberto Manfredi, “questo farmaco funziona nei primissimi stadi dell’influenza, prima che l’emoagglutinina, una proteina del virus H5N1, si leghi ai recettori di superficie delle cellule delle vie respiratorie e inizi la penetrazione del virus nella cellula mediante la fusione delle membrane. Il farmaco, infatti, si comporta da antagonista dell’emoagglutinina legandosi ai recettori sulle cellule e rendendoli indisponibili al legame con il virus. Una volta che il virus è entrato nel corpo il tempo di incubazione, cioè il tempo ad esso necessario per colonizzare le cellule, è di due o tre giorni. L’oseltamivir funziona solo se assunto prima del periodo di incubazione”.

 

Il periodo di incubazione del virus va dai due ai tre giorni, viene dunque da chiedersi come si fa a sapere di essere stati infettati dal virus prima che si manifestino i sintomi che sono sempre successivi al tempo di incubazione. ”Non lo si sa, appunto”, risponde l’infettivologo Manfredi. “Al primo starnuto o se si pensa di essere stati in luoghi o nazioni a rischio bisognerebbe prendere il farmaco. Questo vuol dire che mediamente la gente comune dovrebbe portare sempre con sé il farmaco, ma è una prassi che ha poco senso e serve solo ad alimentare la paura. È, invece, importante che chi è a contatto con polli e volatili segua le norme della corretta profilassi per evitare rischi di contagio; la gente comune non è esposta a questo rischio”. Il farmaco, dunque, andrebbe assunto solo da chi è a contatto con animali malati o in caso si sia stati in paesi in cui il virus è presente.

 

Tra l’altro proprio in questi giorni la rivista Nature ha pubblicato la notizia della scoperta di un caso di virus H5N1 resistente all’oseltamivir; questa notizia getta un’ombra sulla corsa dei governi di tutto il mondo ad adottare misure per prevenire le infauste conseguenze di una pandemia dovuta al virus dell’influenza aviaria. Un solo caso, però, non basta per dichiarare che il farmaco non è efficace, neppure nelle primissime fasi dell’infezione.

 

È pericoloso mangiare le carni bianche?

 

L’ultimo mito da sfatare rimane l’utilizzo della carne di pollo. Non si deve rinunciare a mangiare carne bianca. Il virus dell’influenza aviaria non resiste a temperature superiori a 70°C, per cui la carne di pollo cotta non costituisce alcun pericolo. In un pollo crudo l’eventuale virus non è più presente dopo circa 48 ore, anche se nelle feci può essere isolato per periodi fino a 4 settimane.

 

Dal 17 ottobre, poi, è partita la “carta d’identità” del pollame italiano, ossia il provvedimento che rende obbligatoria l’etichetta per le carni bianche e che permette così al consumatore di conoscere tutta la storia del prodotto, dall’allevamento alla produzione. In particolare sull'etichettatura sono presenti dei codici con il nome o la sigla del paese d’origine della carne (per esempio Italia o IT), l’allevamento di provenienza, il numero di lotto dello stabilimento di macellazione e di sezionamento, come già avviene per le carni bovine. La certificazione dei prodotti permette così ai cittadini di poter scegliere il pollame proveniente dagli allevamenti italiani che, secondo quanto rilevato dalla Fao, sono sicuri.

 

In ogni caso, la rete di sorveglianza istituita in Italia non ha finora segnalato alcun caso di influenza aviaria in animali di allevamento, per cui al momento attuale il pericolo di esposizione ad uccelli portatori del virus dell’influenza aviaria è ridotto ai minimi termini.

 


A cura di David Frati, giornalista

ed Emanuela Grasso, biologa

 

© Il Pensiero Scientifico Editore

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