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Interviste
Massimo Tombesi
Medico di Medicina Generale, Macerata. CSeRMEG - Centro Studi e Ricerche in Medicina Generale

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore
06/12/2004

A suo giudizio, il concetto di educazione continua è più vicino ad un dovere etico o ad un obbligo giuridico per un operatore della salute?

Difficile scegliere tra la padella e la brace. Amo poco gli obblighi giuridici e ancor meno gli imperativi etici: entrambe le cose mi incutono timore e mi mettono sulla difensiva. Applicate all’ECM hanno un valore prognostico sfavorevole. Considero l’ECM un normale compito professionale, che dovrebbe essere integrato nella pratica anche se richiede ovviamente momenti separati di studio e di confronto. È stimolante e gratificante per il professionista appassionato che crede nel suo lavoro, ed è utile per coloro che se ne servono; definirla obbligo etico o giuridico è perfettamente inutile, moralistico e tendenzialmente anche dannoso.

Sembra di capire che lei non ritenga pertanto condivisibile la decisione di rendere obbligatorio il conseguimento di crediti formativi…

Sul piano educativo e dell’apprendimento, parlare di formazione obbligatoria è un nonsenso, almeno finché qualcuno non scoprirà un sistema per costringere persone a “formarsi” nonostante la loro eventuale poca disponibilità (altrimenti perché mai obbligare?). Capisco le esigenze di documentazione e certificazione, ma sono su un piano diverso e rappresentano indicatori molto surrogati e molto poco attendibili. La formazione obbligatoria esprime perciò al massimo grado il malinteso sui modi in cui si apprende, che sono selettivi e non istruttivi. Per formarsi bisogna avere un progetto personale di sviluppo professionale, e in tal caso il metodo è subordinato agli obiettivi. Chiunque sia in grado di rispondere in modo articolato e concreto alla domanda “di che cosa ti stai interessando in questo momento nella tua professione?” si potrebbe considerare automaticamente “certificato”, con margini di errore molto ridotti. Per chi non sapesse rispondere, l’obbligatorietà sarebbe certamente inefficace mentre potrebbe funzionare meglio qualche sistema di incentivi capace di rigenerare preliminarmente interesse per il proprio lavoro.

Nella fase di avvio del Programma nazionale di ECM sono stati presentati numerosi progetti dedicati al medico specialista e riguardanti discipline già di per sé “ricche” di proposte formative. Esistono invece aree della medicina generale in qualche misura “orfane” di attenzione?

Credo che un progetto educativo per la medicina generale dovrebbe svilupparsi forse proprio a partire dalla negazione del concetto di “area” (intesa come materia o ambito clinico), altrimenti rischia di negare la sua autonomia e le sue specificità rispetto alle altre discipline specialistiche. Le aree orfane di proposte formative spesso corrispondono ad aree grigie di conoscenza: in questo campo si colloca meglio la ricerca, che del resto è sempre anche automaticamente la migliore formazione e nella medicina generale deve essere intimamente legata alla pratica e all’intervento professionale.

Molti autorevoli esperti raccomandano l’attuazione di progetti formativi capaci di legare il momento didattico all’esperienza “sul campo”. Che valenza ha a suo giudizio questa raccomandazione per il medico di medicina generale?

La medicina generale è una disciplina intrinsecamente anti-accademica perché legata alla pratica. La formazione teorica (di fatto l’unica finora praticata) assomiglia allo studio individuale, anche se può a volte essere più efficace, e riguarda la competenza anziché la performance, che è il vero obiettivo benché le due cose siano strettamente correlate. Perciò la formazione, per essere realmente produttiva in termini di miglioramento dell’attività professionale, dovrebbe sempre essere legata alla pratica. Ad esempio non c’è nulla di più formativo della riflessione e l’analisi della propria attività, unite alla capacità di darsi degli obiettivi da perseguire, tra i quali enfatizzerei da un lato la valutazione (ad esempio come audit o peer review) e la capacità di rispondere a bisogni oggettivi di conoscenza, producendone di nuova ed originale. A mio avviso qui va collocata la ricerca come proposta anche formativa: si rimane ancora in attesa che vengano definiti i criteri per accreditarla in questo senso.

Che giudizio darebbe della “maturità” del medico italiano come potenziale fruitore di corsi di e-learning?

Per la verità mi chiederei piuttosto se i fornitori di e-learning sono maturi per rispondere alle reali esigenze. L’e-learning mi sembra rispondere bene all’esigenza di creare strumenti che facilitino il conseguimento di crediti formativi, tanto più se obbligatori. Penso che avrà successo, perché i medici sono interessati ad ottimizzare il tempo che debbono impegnare, mentre la formazione residenziale è onerosa e non consente flessibilità organizzative. Tuttavia la questione è complicata perché è proprio l’obbligatorietà che favorisce le concezioni burocratiche della formazione, e per questo rischia di non premiare le iniziative qualificate, favorendo quelle semplicemente più “commerciabili”. Peraltro è anche vero che lo stato attuale della professione dei medici di medicina generale non premia l’impegno e quindi non favorisce il bisogno di formazione, e con questo il cerchio rischia di chiudersi nel modo peggiore. Forse una migliore definizione dell’identità e del ruolo del medico di medicina generale (anche in un contratto) potrebbe innescare processi formativi in modo selettivo anziché istruttivo, legandoli a necessità concrete anziché a retoriche aspirazioni, buone intenzioni, obblighi giuridici o forzature “etiche”.

Il Programma nazionale sembra preferire momenti formativi autonomi per i diversi attori della sanità italiana. Ritiene corretta questa impostazione o una didattica più “integrata” potrebbe al contrario favorire la condivisione di esperienze tra operatori di estrazione diversa?

Andrebbero molto più condivise esperienze tra operatori di diversa estrazione, anche non medica (ad esempio sociologi ed esperti di management, solo per citare le prime che vengono in mente). Questo dovrebbe anche servire per ridurre la separatezza esistente tra l’interesse professionale dei medici alla formazione e quello delle istituzioni, come il Servizio sanitario o le Aziende sanitarie locali. La separazione delle competenze, che dovrebbero poi “miracolosamente” produrre risultati integrati in un sistema sanitario efficace ed efficiente, rappresenta un limite evidente e da cercare di superare. Tuttavia è innegabile che debbano rimanere anche momenti separati ed autonomi di formazione, sia individuali sia collettivi all’interno delle singole professionalità.


 

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