L’AIDS? Rimpicciolisce il cervello

Trovata la prima evidenza in assoluto che l’AIDS compromette strutturalmente il cervello dei pazienti riducendo le dimensioni della corteccia, la zona più esterna deputata a funzioni cognitive, memoria, apprendimento ed altri ruoli complessi.

Trovata la prima evidenza in assoluto che l’AIDS compromette strutturalmente il cervello dei pazienti riducendo le dimensioni della corteccia, la zona più esterna deputata a funzioni cognitive, memoria, apprendimento ed altri ruoli complessi. Questo, ha riferito Paul Thompson dell’Università di Los Angeles grazie ai suoi studi, potrebbe spiegare perché gli individui colpiti da AIDS mostrano declino cognitivo e mnemonico. Inoltre, secondo una nota redatta dalla Organization for Human Brain Mapping di Minneapolis, osservare il cervello dei malati di AIDS potrebbe essere un buon modo per vedere se le terapie antiretrovirali hanno un effetto nel tenere a bada il virus.

Da molto tempo clinici e infettivologi hanno preso atto che gli individui con l’AIDS vanno incontro a défaillance delle principali funzioni cerebrali mostrando difficoltà di concentrazione, problemi di memoria e in generale deficit cognitivi. Eppure, finora, era stato impossibile capire il motivo di tale declino. Attraverso uno studio con la risonanza magnetica funzionale per immagini (fMRI) i neurologi hanno confrontato il cervello di individui malati di AIDS con quello di coetanei sani e simili per altre condizioni. Dal confronto è emerso che il cervello dei malati ha una riduzione della zona corticale che appare assottigliata fin del 20 per cento. La riduzione dello spessore corticale interessa soprattutto la corteccia motoria e visiva, nonché le zone frontali.

Di particolare interesse è il fatto che il grado di assottigliamento corticale nei lobi parietali e frontali osservato nei malati è strettamente associato con diminuzioni delle funzioni cognitive e con la conta delle cellule T. La conta di queste cellule è un indice della funzione immunitaria usato per misurare la progressione della malattia e quanto stiano facendo effetto le terapie antiretrovirali somministrate al paziente. Queste sorprendenti scoperte sono le prime a dimostrare che la natura tridimensionale del cervello cambia a causa dell’infezione da Hiv e a mostrare la relazione tra il danno osservabile in alcune regioni neurali e il deterioramento della funzione immunitaria del paziente.

Ecco perché secondo i ricercatori usare mappe del cervello ottenute con la fMRI potrebbe fornire evidenza della progressione della malattia e di quanto i farmaci somministrati facciano veramente effetto su ogni paziente, nonché per testare l’efficacia di nuovi farmaci in sperimentazione clinica.

paola mariano






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